Il coraggio di essere dink

L’uomo e la donna dink vengono spiati nelle loro vicissitudini quotidiane, dalle carambole nel traffico per schivare i monovolume delle mamme “pargolo-dipendenti”, alle transumanze del sabato, alla ricerca dell’outlet più trendy e al contempo più conveniente. Sempre insieme, almeno per quanto gli impegni professionali possano loro permettere, organizzano spesa, week end, vacanze, e persino il loro matrimonio, con l’ausilio di computer portatile e funzioni matematiche, convinti, spesso a torto, di riuscire ad evitare quegli inconvenienti che la vita immancabilmente riserva a chiunque.

Con brevi intrusioni nella loro vita ad “alto livello reddituale”, il libro racconta le loro nevrosi di coppia perfetta e quelle, anche più complesse, del vario genere umano con cui vengono in contatto.

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Estratto: dal capitolo 20 “I dink natalizi”

“Con il sole di mezzogiorno, i dink sono di fronte allo skilift, che l’uomo dink, nonostante le rimostranze della compagna, ha preferito alla più comoda ma costosa seggiovia. Sfruttando l’esperienza delle sciate con gli amici, nonché la prestanza di un bicipite allenato, infila agilmente il racchettone, certo che la sua allieva, a cui ha insegnato in venti minuti i fondamentali dello sci sulle piste baby, lo seguirà a ruota. Ma la donna dink, che con i tacchi è capace di correre una maratona sul pavé, con due stecche lunghe due metri ai piedi non sa a che santo votarsi. Agganciatasi alla bell’e meglio con l’aiuto di un benefattore alle sue spalle, riesce a salire per circa dieci metri, finché lo sci di destra inizia pericolosamente a virare dal binario scavato nella neve; non appena la spatola è fuoriuscita della traccia, la donna dink si ritrova a gambe larghe e, mentre cerca di fermare con le mani il gancio dello skilift che schizza via, perde il bastoncino di sinistra e rischia di accecare il buon samaritano che le sta dietro con quello di destra. In pochi secondi è a faccia in giù nella neve, nucleo principale di un groviglio umano che cresce mano a mano che l’impianto di risalita carica gente. Accortosi del guaio, l’uomo dink molla la posizione e corre in soccorso dell’amata, aiutato dell’addetto dell’impianto che, nel frattempo, ha tolto corrente per evitare il peggio. Tra le rimostranze degli sportivi bloccati a mezza strada e i lamenti di quelli coinvolti nel tamponamento sciistico, l’uomo dink sposta l’ammaccata consorte dalla scia dello skilift e la riporta a valle.  Desiderosa di accontentare il suo maestro personale, nonché di riscattarsi dalla magra figura, la donna dink si riposiziona in fondo alla coda che ha ripreso a salire, certa di aver compreso appieno la tecnica per arrivare fino in cima. E in cima ci arriva eccome, aggrappata con le unghie e con i denti al manico del racchettone, sperando in quella particolare fortuna che dovrebbe aiutare gli audaci (o gli squilibrati, ché tanto cambia poco). Solo che, nella frenesia di afferrare il gancio, centrare i binari e mantenere l’equilibrio, nessuno le ha spiegato come fermarsi; per cui, arrivata sulla piattaforma, la neofita, una volta sganciatisi, prosegue nel suo moto rettilineo uniforme verso un mucchio di neve addossato al gabbiotto dello skilift, tentando di rallentare l’impatto roteando braccia e racchette in aria, alla ricerca di un rampino a cui ancorarsi. La faccia furiosa con cui riemerge dal cumulo bianco fa comprendere al marito che è più pesta nel morale che nel fisico, distinzione che, se da un lato lo rassicura, dall’altro gli fa temere isteriche recriminazioni sulla sua incapacità di insegnamento, una volta sulla via del ritorno.

La discesa è altrettanto disastrosa: accasciata ridicolmente come se dovesse correre in bagno, con il corpo sempre o troppo a monte o troppo a valle, gli sci che vivono ciascuno di vita propria e non ne vogliono sapere di restare paralleli, il freddo pungente e il sole che acceca, la donna dink si sente non solo terribilmente incapace, ma anche oltremodo cretina. Dopo una ventina di inconcludenti tentativi e altrettanti ruzzoloni, l’esausta allieva desiste e, con gli sci sotto braccio, se ne ritorna a piedi verso il rifugio più vicino, dove trascorrerà in santa pace le prossime tre ore ad aspettare il marito, sorseggiando tè caldo e sgranocchiando biscotti sulla soleggiata terrazza.”

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